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Cresce l'allarme per uno dei simboli della cucina italiana: la pasta, amatissima anche Oltreoceano, rischia di costare molto, molto di più dall'anno prossimo negli Stati Uniti. Un pericolo causato da un'inchiesta del Dipartimento del Commercio a stelle e strisce che, sulla base delle denunce di alcuni produttori locali, ha accusato La Molisana e Garofalo di praticare un dumping sui prezzi che rischia di far aumentare il costo del 107%. Ma la vicenda da tavola e scaffali già passata sulle scrivanie della nostra diplomazia.
"La qualità della pasta italiana non è dumping. Abbiamo contestato con l'Ambasciata a Washington e insieme ai pastai italiani le scelte del Dipartimento del Commercio che penalizzano il prodotto italiano. Alla Farnesina la task force dazi sta già lavorando per coordinare il negoziato con le autorità americane", assicura su X il ministro degli Esteri italiano, Antonio Tajani. "Continuerò a contrastare l'italian sounding per bloccare i finti prodotti italiani. Difendiamo il Made in Italy: l'industria italiana agisce in maniera corretta, trasparente e leale", aggiunge.
Al lavoro c'è l'ambasciata italiana a Washington che si sta muovendo per ottenere una sensibile riduzione del possibile dazio al 107%: l'imposizione di tariffe così elevate, viene fatto notare, rischierebbe di limitare l'accesso al mercato statunitense per le aziende italiane interessate. E non è un problema da poco: secondo i dati del Dipartimento del Commercio l'export di pasta italiana negli Usa nel 2024 si aggira intorno ai 500 milioni di dollari. Il Dipartimento del Commercio ha avviato già nel 1995 indagini antidumping e anti sussidio sulle importazioni di alcuni tipi di pasta provenienti dall'Italia. Entrambe le indagini si sono concluse con l'imposizione di dazi compensativi sulle esportazioni dall'Italia nel 1996, che sono tuttora in vigore e vengono rivisti di anno in anno.










