Il super dazio sulla pasta deciso dal Dipartimento del commercio degli Stati Uniti rischia di diventare una stangata non solo per le imprese, ma anche per i consumatori. La Casa Bianca ha imposto al settore una tariffa del 91,74% che si aggiunge al 15% già in vigore, facendo salire l'imposizione complessiva a quasi il 107% a partire dal 1° gennaio 2026.
Italia primo consumatore
L'Italia non è solo il primo produttore ed esportatore della pasta, ma è anche il Paese che ne fa il consumo più elevato, è quindi naturale che una tassazione su questo bene avrebbe effetti a cascata. In base agli ultimi dati Istat, sul fronte della spesa per la voce pasta e prodotti a base di pasta gli italiani spendono in media 153 euro annui a famiglia. Il conto, dunque, è destinato a salire tanto che il Codacons lancia l’allarme «sull’effetto domino che si farebbe sentire anche sui prezzi al dettaglio praticati in Italia».
Da noi il consumo pro capite di pasta si attesta a 23 chili annui: gli italiani, ricorda il Codacons, prediligono di gran lunga la pasta secca, che detiene una quota di mercato pari al 75%, seguita dalla fresca (15%) e da quella ripiena (10%). Tra i Paesi con maggior consumo di pasta figurano la Tunisia, al secondo posto con 17 kg, il Venezuela (15 kg) e la Grecia (12,2 kg). Gli americani consumano circa 9 chili di pasta all'anno a persona, circa il doppio rispetto agli Anni 80, ovvero il sesto alimento più consumato nel Paese, con importazioni totali che valgono 1,6 miliardi di dollari l'anno, di cui 671 milioni di euro solo dall'Italia. Negli Stati Uniti la pasta italiana delle marche più note viene venduta a prezzi che oscillano dai 3,5 ai 10 euro al chilo, a seconda del canale di vendita.










