Ci sono parole più contagiose del Covid e che rimbambiscono più del fentanyl. Non so chi sia il primo a diffonderle, il parlante zero, ma a un certo punto, improvvisamente, tutti le usano spesso e a sproposito. L’epidemia di “resiliente”, per fortuna, sta rallentando, ma per anni la massima aspirazione degli italiani è stata piegarsi per poi tornare al punto di partenza; quello che la nostra politica fa spesso e che la gente nelle piazze non sopporta più. Ora vorrei trovare in fretta un vaccino per “inclusivo”, perché a forza di includere tutto e tutti annulliamo differenze preziose (e anche l’all inclusive, credetemi, è una fregatura). Il ceppo più resistente resta però “sostenibile”, partito con buone intenzioni ma ormai ab-usato da quelli che continuano a costruire invece di riparare, a produrre in larga scala invece di riciclare, mettendosi poi una qualche pezza ecologica sulla coscienza, tipo la pubblicità delle auto che viaggiano su strade vuote e dal tubo di scappamento emettono fiorellini sostenibili. Ora mi preoccupa la comparsa di un nuovo virus, i “margini”, forse derivato dal ceppo inclusivo. Tutti vogliono stare ai margini, esplorare i margini, ricucire i margini, trovare nei margini il senso della vita. Tra poco saremo tutti ai margini e il centro diventerà un buco con la menta intorno. Come quando talmente tanti dichiaravano orgogliosamente di procedere “in direzione ostinata e contraria”, da far pensare che nell’altro senso di marcia non fosse rimasto più nessuno.