Ci sono parole che, negli ultimi decenni, sono state sequestrate dal linguaggio amministrativo e dalla politica istituzionale.

“Cura”, “sicurezza”, “prevenzione”. Parole nate in senso cooperativo e finite troppo spesso per disciplinare, punire e marginalizzare. La riduzione del danno (RdD), invece, continua ostinatamente a sottrarsi a questa cattura. Rimane un sapere inquieto, laterale, attraversato dalla strada prima ancora che dalle istituzioni. Un sapere che non nasce nei ministeri ma nelle notti, nei margini urbani, nei rave, nelle unità mobili, nei drop-in, nei consultori informali, nelle relazioni costruite senza ricatto morale.

“In equilibrio sul crinale”, la tre giorni al centro sociale Rivolta di Marghera (28-30 maggio) non è solo formazione. È, più radicalmente, un tentativo collettivo di difendere un immaginario politico della cura in un tempo che tende a trasformare ogni fragilità in colpa individuale e ogni consumo in devianza da correggere. La RdD è certamente un approccio sociosanitario: produce salute pubblica, abbassa mortalità e infezioni, costruisce accessi, tutela diritti, intercetta sofferenze psichiche, previene overdose, rompe l’isolamento. Ma ridurla a dispositivo tecnico significherebbe amputarne la genealogia più profonda.