L’ombra di ciò che sta succedendo nel mondo è stata una presenza costante ma periferica nell’orbita delle sfilate. Il primo ad affrontare l’argomento, parlando della cupezza del presente con delicatezza e rispetto, è stato Alessandro Michele che ha dedicato il suo défilé per Valentino a Pier Paolo Pasolini e al suo articolo del 1975 sulla “Scomparsa delle lucciole”, in cui lo scrittore sosteneva che il nuovo capitalismo aveva aperto le porte alla stagione del conformismo e a diverse, più subdole, forme di fascismo. Evidenti i riferimenti all’epoca che stiamo vivendo. «Come stilista», dice Alessandro Michele, «mi chiedo quale sia il mio compito in questi momenti. Io faccio cose belle: che me ne faccio di tutta questa bellezza nel mondo di oggi?». Ma forse, prosegue, il suo lavoro è proprio dare un senso allo splendore di certe creazioni. E se le parole di Pasolini lo hanno profondamente commosso, non è d’accordo con le conclusioni. «Le lucciole non sono sparite, è sparita la nostra capacità di vederle».
Lo show è severo: un quadrato nero, sul soffitto tubi al neon a rappresentare, appunto, le lucciole, i modelli struccati. Manca anche il fasto giocoso dello stilista: «Penso di essere come un poeta, che dosa lo spazio tra una parola e l’altra». Come a dire, il silenzio conta quanto il suono, ora anche di più. Detto questo, il suo Valentino è zeppo di pezzi da sogno, dalle camicie vaporose, strette nei pantaloni con le ghette, alle giacche ricamate, dalle sottovesti intrise di paillettes ai fourreau di velluto nero. «Sento una grande responsabilità nei confronti dell’incanto creato da Valentino. È l’Imperatore: non è facile condividere il trono con lui. Ma è un onore».







