Temperature brucianti, crisi di settore, lentezza nella circolazione delle idee, temperie guerrafondaia producono risultati evidenti nella moda in questo momento. Le sfilate di Parigi, come già quelle di Milano, ne sono la concreta dimostrazione: si sottrae, si alleggerisce, si rinuncia ad ogni sovrastruttura, sia essa materiale o concettuale, per esplorare una dimensione fluttuante e senza peso, serena e umana, e disegnare la figura di un uomo fragile, forse solo in apparenza.
Da Lemaire, Christophe Lemaire e Sarah Linh Tran continuano ad esplorare l’orizzonte della moda come espressione di una quotidianità giusto appena idealizzata. Creano abiti da indossare per davvero e vivere, non creazioni pensate per mettersi in posa. C’è un pragmatismo ispirato nel loro metodo progettuale che si traduce in capi che ciascuno può interpretare a proprio modo. Tesa e gentilmente severa, la nuova prova nasce dall’idea di catturare, o forse solo suggerire, l’istintività e il calcolo che guidano le vestizioni quotidiane come atti di rappresentazione individuale. L’esperimento riesce con ineffabile precisione, evidenziando quanto stretto sia il legame tra stile e psicologia.
Parlando di psiche, Hed Mayner, autore influente quanto defilato, abbandona i volumi scatolari, enormi e protettivi che tanti allori gli addussero per indagare una silhouette più leggera e sensuale, fatta di linee che toccano o rivelano il corpo e materie impalpabili. Esponendo la pelle e le forme, Mayner rinuncia all’idea dell’abito che scherma e contiene, accettando il rischio che ne deriva, e trova una nuova vena che è lieve e presente. La prova convince, ma sembra ancora sospesa nel limbo tra prima e dopo, tra quello che era e quel che potrebbe essere: segna uno scarto, ma necessita di futuri approfondimenti.







