Oggi c’è un altro toscano in quel ruolo: Matteo Renzi. Primo segretario del Pd nato dopo la caduta del Muro di Berlino, enfant prodige che, a soli 39 anni, conquistò Palazzo Chigi con la promessa di rottamare la vecchia guardia. Da allora, per almeno cinque volte è stato dato politicamente disperso: alle primarie del 2012 vinte da Bersani, dopo l’autotonfo del referendum del 2016 con le coerenti dimissioni da premier, dopo la scissione dal Pd, dopo i flop elettorali di Italia Viva, dopo le inchieste che hanno sfiorato lui, la sua famiglia e i suoi collaboratori. Ogni volta archiviato, ogni volta tornato.
Renzi, come Fanfani, conosce solo la parola keep trying, come direbbero gli americani che tanto frequenta. Jobs Act, flat tax sui «Paperoni», Buona Scuola, riforma della PA, unioni civili: ha fatto molto, lasciando segni profondi e qualche ferita aperta. Ha provato a riscrivere la Costituzione, ma senza successo; ha fatto cadere governi che sembravano blindati; ha aperto partite che nessuno aveva il coraggio di giocare; ha costretto interi schieramenti a ridefinirsi solo per contrastarlo. Persino Mario Draghi deve a lui la sua salita a Palazzo Chigi: Renzi gli aprì la strada, salvo poi scoprire che i consigli fallaci del professor Giavazzi erano più rassicuranti di quelli dell’ingombrante sponsor politico.








