C’è il Pd, che prima approva e poi abroga. C’è Matteo Renzi che difende le sue leggi e cerca di incantare i riformisti dem. C’è Elly Schlein (con Maurizio Landini) che fa il suo congresso e che vuole fare la conta del campo largo: «Giorgia stiamo arrivando». C’è infine Giuseppe Conte che si defila, scommettendo sulla sconfitta, «sono io il vero leader». Insomma c’eravamo tanto odiati, 5 referendum (si vota l’8-9 giugno) ed un numero molto più grande di duelli all’ultimo sangue. Da una parte ci sono Maurizio Landini ed Elly Schlein, che vogliono sancire la fine del «renzismo» e contare quanti sono gli italiani disposti a seguirli nelle urne (sperano tra i 10 ed i 12 milioni). La segretaria del PD ha da regolare i conti dentro al suo partito che dieci anni fa benedì il «malefico» Jobs Act. E ora costringe i suoi parlamentari a pentirsi: «Lo abbiamo votato, ma ci siamo sbagliati». Dall’altra, c’è lui, l’intramontabile Matteo Renzi, che difende la sua stagione a Palazzo Chigi, sfoderando la sua proverbiale puntigliosità. Come ha fatto ieri in un’intervista con Il Tempo: «Voterò no ai referendum inutili e sbagliati che la CGIL fa contro il mio governo». Ce n’è anche per la minoranza dem: «Non so se sono ancora riformisti; di certo non sono più coraggiosi». Affermazioni che il più alto in grado tra i riformisti dem, il senatore Alessandro Alfieri, non ha gradito: «Ho trovato offensive le sue parole nei confronti di chi sta con le proprie idee nel PD».
Schlein, Landini e i riformisti vogliono la testa di Renzi
C’è il Pd, che prima approva e poi abroga. C’è Matteo Renzi che difende le sue leggi e cerca di incantare i riformisti dem. ...






