«La cosa più forte che possa fare è mettere al centro del mio lavoro la persona. L’umanità è l’elemento più rivoluzionario». Debutta così il Balenciaga secondo Pierpaolo Piccioli: una sfilata nei saloni del museo della maison, in rue de Sèvres, e una collezione “umana”, in più sensi. «È una riconciliazione tra quelli che hanno ricoperto questo ruolo, da Nicolas Ghesquière a Demna. Continuità vuol dire iniziare da ciò che c’è stato prima, e trasformarlo. E a proposito di umanità: trovo assurdo il gioco delle sedie su noi designer di questi mesi, del chi va dove. Siamo persone: il rispetto e la tolleranza sono fondamentali».
A un anno e mezzo dall’uscita da Valentino, lo stilista si riprende la scena grazie alla maison fondata da uno dei suoi miti. Che, tra l’altro, è stato un vero rivoluzionario del costume. «Ha tolto peso dalle spalle delle donne, sostituendo le strutture dei vestiti con l’aria: il tailleur Bar di Dior pesava 9 chili, il suo abito Sacco del 1957 meno di uno. Non c’è nulla di più moderno». Ma a Piccioli non basta guardare al passato. «Ho studiato a lungo gli archivi, ma per essere rilevante oggi si deve guardare alla realtà. Questo ti impone dei limiti creativi, ma ti permette di avere un punto di vista sul mondo: è una grande opportunità». Detto in moda: una serie di classici, riletti secondo la nuova visione del brand. I bermuda con l’orlo stondato come un vestito couture, le T-shirt di pelle, l’abito a spirale che si poggia sulle spalle: la mano di Piccioli è in ogni uscita. «Tutti cercano di essere cool oggi. Io preferisco il bello».













