La domanda più famosa del mondo la pone Amleto, ma nella tragedia di Shakespeare – che lunedì 6 ottobre al Carignano inaugura alle 20 la 70ª stagione dello Stabile, “Essere umani” – l’umanità più pura e fragile è rappresentata da Ofelia, che di lui è innamorata. Non certo la donna forte che questo millennio intende evocare. Nella messa in scena firmata da Leonardo Lidi (è una prima nazionale che resterà in scena fino al 26 ottobre), la figlia di Polonio è interpretata da Giuliana Vigogna. Con lei in scena Mario Pirrello, Alfonso De Vreese, Ilaria Falini, Christian La Rosa, Rosario Lisma, Nicola Pannelli. Giuliana, la domanda oggi è “essere o non essere umani”? «Diciamo che ci stiamo concentrando su entrambe le situazioni dell’essere e del non essere. Perché il regista, Leonardo Lidi, ha pensato di metterle in scena entrambe. È una bella responsabilità che noi traduciamo un po’ come il momento della morte». E in Amleto di morti ce ne sono tante. «Tutte le morti, da Polonio a Ofelia fino alla regina, incidono su Amleto. Quindi il non essere, dal punto di vista dello spettacolo, viene vissuto come il passaggio dalla festa e dalla vita alla fine di tutte le costruzioni che la vita comporta, cioè la morte. Infatti passiamo da una recitazione tutta movimenti e costumi, più teatrale, a qualcosa di molto più sobrio. Il passaggio dalla festa alla tragedia è la vera essenza di Amleto». Purtroppo è anche l’essenza di quello che accade intorno a noi. È qualcosa che lo spettacolo considera? «Una delle più belle battute di Amleto dice che il ruolo del teatro è quello di “reggere lo specchio alla natura”. Lì sul palcoscenico ci si specchia, noi attori con gli spettatori, il teatro con la vita vera».
Giuliana Vigogna: “Il passaggio dalla festa alla tragedia tiene Amleto nel reale”
L’attrice è Ofelia: “Il suo fascino è ciò che di lei non sappiamo”






