Milano arriva ultima tra le città “wine-friendly”. Basterebbe la sintesi per far sussultare chi frequenta carte vini chilometriche e banconi sempre affollati. Eppure l’analisi di MCO report – densità dei locali per abitante, più rating ponderato e prezzo medio della bottiglia – ha parlato chiaro: l’assoluto non basta, la moda e le luci nemmeno. Contano la proporzione e, come sempre, anche il portafogli.
Ne nasce un paradosso che ribalta luoghi comuni: sul podio Alba, Siena, Olbia; in coda Milano. E nel mezzo, tra le 15 realtà in classifica, Bolzano, Treviso, Perugia, Napoli, Asti, Firenze, Parma, Verona, Trento, Bologna e Palermo. Milano è quindicesima, gli altri capoluoghi non sono nemmeno citati come parte della classifica. È proprio da questo scarto tra percezione e metrica che si focalizzano i commenti, e così l'analisi passa dall'altro capo della barricata: quella degli addetti ai lavori nel mondo del vino.
Le reazioni
«Leggere Milano in fondo a questa classifica fa certamente effetto» ammette Paolo Porfidio, capo sommelier dell’Hotel Excelsior Gallia. «Parliamo di una capitale internazionale anche del vino. Se il dato ci colloca ultimi, significa che la metodologia fotografa solo una parte del quadro». Il punto è lì: il numero di locali rapportato alla popolazione punisce le metropoli. La densità scende, i prezzi salgono, l’indice finale si abbassa. E si affaccia la discrepanza tra centro e periferie. Ma la qualità? La capacità di fare rete? L’attrazione di produttori e progetti? A Milano, ricorda Porfidio, «conta ciò che accade nei calici e nelle relazioni».








