Il diritto è finito, morto, superato: lo si ripete da ogni parte, lo pensano in tanti. È lo spirito del tempo: pensare che non esista legge che tenga, che la forza e la violenza siano una necessità, accusare chi pensa il contrario di essere solo un’anima candida – come a dire: è la realtà, bellezza, è inutile sognare. E quindi concepirlo, il diritto, solo in senso autoritario: come se il diritto non fosse a sua volta altro che forza e violenza, come se questa fosse la sua stessa natura – intimidatoria, se non addirittura persecutoria.Non c’è dubbio: gli eventi di questi ultimi anni, dei nostri giorni, potrebbero indurre a visioni di questo genere.

Dalla guerra in Ucraina a Gaza, e non solo: non è forse vero che il diritto ne sta uscendo sempre più svilito, quasi umiliato? La giustizia internazionale, in particolare: non è forse vero che tutto ciò che sta accadendo contribuisce drammaticamente a delegittimarla, a farla sentire «sotto attacco» (per rimandare al sottotitolo di un libro di Marcello Flores ed Emanuela Fronza, «Caos», in uscita da Laterza)?Ma il diritto non è morto: se lo è, lo è solo nell’immaginazione e forse nei desideri, per quanto magari inconfessati, di chi sostiene che lo sia. Secondo il tipico meccanismo della profezia che si autoavvera: spacciare per realtà, per dato incontestabile, la realtà che viene affermata come tale, e ridurre le norme ai fatti, confondendo le une con gli altri.