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Nel 2010 Giulia si trasferì dall’Italia a New York per fare l’università. Era sempre stata una bambina e poi un’adulta «casinista e caotica, che si dimentica le cose, fa fatica a stare attenta a lungo, fa 10mila cose al minuto», e l’aveva sempre trovato molto faticoso. In quel momento, però, questa cosa la faceva stare particolarmente male, e decise di consultare una psicologa. Nell’arco di una seduta la psicologa le disse: «È chiarissimo: hai l’ADHD».

Molti associano il disturbo da deficit di attenzione e iperattività (l’ADHD, appunto) solo a bambini e adolescenti: l’esempio tipico sono gli studenti che disturbano costantemente la classe, vanno male a scuola e non riescono a stare fermi. In base ai tanti studi sul tema che sono disponibili oggi, però, si sa che l’ADHD si manifesta anche in molti altri modi, e spesso continua a farlo anche dopo l’adolescenza. In Italia si stima che le persone sopra i 18 anni con ADHD siano circa un milione e mezzo.

Non era strano, insomma, che Giulia fosse arrivata a vent’anni senza una diagnosi. Quel che suonerà strano a chi conosce un po’ la situazione italiana è la rapidità con cui ha ottenuto la diagnosi e, subito dopo, la prescrizione per l’Adderall, uno stimolante del sistema nervoso centrale, a base di sali di anfetamina, che negli Stati Uniti viene usato come farmaco di prima scelta per trattare l’ADHD.