di
Sara Bettoni
Secondo l'Oms la stima è per difetto: potrebbero essere 250 mila gli adolescenti lombardi in difficoltà. Il primario: «Evitare di riversare la propria esperienza sui figli». Il nodo della scuola: «Sulla scelta del corso di studi serve una mediazione tra famiglia e ragazzino»
Circa 150 mila bambini e adolescenti con disturbi neuropsichiatrici e neurologici curati in Lombardia l’anno scorso, di cui 124 mila assistiti negli ambulatori e 28 mila finiti in pronto soccorso (leggi la storia di Edoardo, 16 anni, il «ragazzo perfetto» con la vita distrutta dagli attacchi di panico). Ma secondo le stime dell’Organizzazione mondiale della sanità il bisogno potrebbe riguardare fino a 250 mila ragazzi. Come intercettare allora i segnali del disagio silente, prima che la situazione esploda? Alessandro Albizzati, primario all’Asst Santi Paolo e Carlo, ci aiuta a riconoscere i campanelli d’allarme a cui genitori, insegnanti e nonni devono fare attenzione.
«La premessa è che bisogna evitare di identificare la propria adolescenza con quella dei propri figli. Le adolescenze sono andate progressivamente differenziandosi», spiega. La tendenza di madri e padri è quella di ingigantire o minimizzare i comportamenti dei figli, paragonandoli con la propria esperienza. Il confronto, però, non regge. «Questa generazione vive con i device sempre in mano, come smartphone e tablet, ha la tecnologia e i social network. Non è questione di fare guerra a questi strumenti, ma di gestirli. E più i genitori sono “anziani”, meno sono capaci di gestirli». Il tentativo di identificazione, molto frequente nell’esperienza del neuropsichiatra, annebbia o oscura quello che i ragazzi fanno e potrebbe anzi essere un innesco che aumenta il livello di conflittualità.







