Il progetto di vendita a Inter e Milan dello stadio di San Siro (in tanti anni non siamo riusciti a chiamarlo Meazza) non sarà perfetto, ma farlo saltare sarebbe un danno maggiore per la città di tutti gli inconvenienti e i rischi sollevati dalla trasformazione e dall’edificazione di un nuovo impianto.

Che cosa resterebbe di San Siro nel caso le squadre decidessero di costruire altrove? Un impianto gloriosamente avviato al declino, dall’uso incerto, schiacciato da una storia che, senza Inter e Milan, non sarebbe più sua. Non siamo riusciti in questi anni ad adattare l’impianto agli standard internazionali, difficile farlo senza i principali interpreti.

Con le squadre disperse nell’hinterland, si rafforzerebbe l’immagine di una città che è sempre meno milanese. Una metropoli che espelle i ceti popolari e persino medi (questa la vera questione politica in margine all’inchiesta giudiziaria), e non riesce a dare una risposta alle attese di due dei suoi più amati marchi globali. E passando da quelle parti - San Siro non sarebbe più San Siro - ci prenderebbe un irrefrenabile sconforto. Avremmo di fronte un simbolo malinconico, che probabilmente non sarà più la seconda meta più visitata dai turisti a Milano. Luogo di concerti memorabili, certo ma è tutta un’altra cosa. Con un nuovo stadio a fianco, sarebbe diverso. Il passato (magnifico) e il futuro (sperabilmente uguale se non addirittura migliore) uno accanto all’altro. Con funzioni diverse. Una sorta di staffetta tra epoche. Certo, i dubbi di varia natura sul progetto delle squadre, soprattutto da parte dei residenti, hanno un serio fondamento. L’amministrazione comunale ha tutti i poteri di indirizzo necessari. Sul piano politico, va notata questa assoluta particolarità. La legge sui sindaci, generalmente apprezzata, ha finito per penalizzare i consigli comunali che una volta votavano e sfiduciavano il sindaco. La vicenda dello stadio di San Siro mette nelle mani di alcuni consiglieri il potere del tutto eccezionale di decidere un pezzo di futuro della propria città. Un potere superiore a quello di un sindaco. Nella libertà di voto, la speranza è che pensino al futuro della città, non alle reazioni della loro parte politica o del loro gruppo di riferimento.