Se vogliamo ridurre gli sprechi di cibo non basta comprare meno, comprare meglio, programmare i pasti e riutilizzare gli avanzi. Servono sforzi a più livelli, che non riguardano solo i consumatori. E questi sforzi dovrebbero essere diversi a seconda dei contesti sociali ed economici: perché lo spreco di cibo è un riflesso di queste condizioni, e ogni paese potrebbe ridurlo agendo, con priorità diverse, su fattori diversi. A discutere di tutto questo, sottolineando come il problema dello spreco di cibo stia diventando sempre più pressante nei paesi a reddito medio-basso, è un commento apparso sulle pagine di Cell Reports Sustainability, che anticipa di pochi giorni la Giornata internazionale della consapevolezza delle perdite e degli sprechi alimentari del 29 settembre.

Il nodo delle discussioni di Emiliano Lopez Barrera e di Dominic Vieira della Texas A&M University è l’assottigliamento dello spreco alimentare tra i paesi ad alto reddito e quelli a basso e medio reddito. I dati sullo spreco alimentare riportati dagli autori arrivano da un rapporto delle Nazioni Unite e dicono questo: mediamente sprechiamo 132 kg di cibo ogni anno a testa, di cui la gran parte (circa il 60%) avviene a livello casalingo (e in misura minore nella ristorazione, 28%, e tra i rivenditori, 12%). E proprio a livello casalingo, in base ai dati disponibili, non si osservano grandi differenze a livello di sprechi tra paesi a reddito alto, medio-alto e medio-basso. E questo perché negli ultimi anni abbiamo assistito a una crescente urbanizzazione nei paesi a medio reddito - come India, Cina e Brasile - e “lo spreco alimentare è un problema cittadino”, stressa il report.