Anche se, superate le Marche, mancheranno altre cinque regioni al voto da qui a fine novembre, è il risultato di domani sera quello che nel campo largo in perenne costruzione si aspetta con più apprensione. Perché è l’unico territorio considerato contendibile: in caso di sconfitta, finirebbe con un probabile 3 a 3 che lascia invariata la situazione, ma in caso di vittoria vorrebbe dire un 4 a 2 da sbandierare come l’inizio della rimonta.
Qualche mese fa, sembrava persino una partita facile: l’uscente Francesco Acquaroli percepito come un presidente debole; lo sfidante Matteo Ricci, ex sindaco di Pesaro e attuale europarlamentare Pd, come una candidatura forte. È stato al via della campagna elettorale che tutto si è complicato, con l’inchiesta che ha coinvolto Ricci che, per qualche giorno, ha fatto traballare la coalizione. Ma, superata l’impasse, si è costituita un’alleanza larga – tutte le opposizioni tranne Azione – che ha visto i leader pancia a terra nel tentare di strappare voto su voto: non solo la segretaria dem Elly Schlein, in trasferta nelle Marche almeno cinque o sei volte tra città e piccoli centri, ma anche il presidente del Movimento cinque stelle Giuseppe Conte, che pure aveva avuto qualche dubbio nei giorni caldi dell’inizio dell’inchiesta, e i leader di AvS e Italia viva. Mai sullo stesso palco insieme, però: da Ancona, nessuno ha ritenuto utile chiederlo; da Roma, nessuno ha provato a proporlo. Ancora troppo fragile l’equilibrio di una coalizione in via di definizione: però chissà, se centrassero l’obiettivo qui, nessuno esclude che potrebbe essere il prossimo passo in qualche altra regione al voto. Perché vincere nelle Marche, strappare a un presidente fedelissimo della premier la guida della regione, significherebbe non solo aggiudicarsi simbolicamente l’intera tornata, facendo cambiare segno a un territorio, ma anche dare una spinta al progetto di uno schieramento unito alternativo alla destra in vista degli appuntamenti futuri: la battaglia del referendum sulla riforma della giustizia, l’anno prossimo, e, in prospettiva, le Politiche. Non è facile, la partita è aperta e nel centrosinistra sanno di dover rincorrere: il modello che hanno inseguito è quello dell’Umbria - si prevedeva un testa a testa, ha vinto con scarto il campo largo - temendo però lo spettro dell’Abruzzo, dove è andata esattamente al contrario. Come l’anno scorso a Perugia, hanno picchiato sul tema più sensibile per i cittadini, la sanità; qui però hanno anche messo al centro la vicinanza del governatore uscente con Meloni per accusarlo di essere debole e sottomesso, arrivando spesso a spostare il fuoco quasi più su di lei, sperando di poterla dipingere, in caso di successo, come la grande sconfitta della competizione. In quest’ultima settimana di campagna, poi, è apparso imprevedibilmente quello che considerano un vento a loro favore: il sempre più evidente coinvolgimento dell’opinione pubblica nella situazione a Gaza. Che con la guida di una regione italiana ha ben poco a che vedere: eppure, Ricci non fa che parlarne, perché la speranza che si è accesa è che riesca a mobilitare in massa i propri elettori. Visto che, con affluenze come quelle che si registrano ormai stabilmente intorno al 50 per cento, vince chi riesce a portare alle urne fino all’ultimo dei cittadini della propria parte. Se domani sera le urne consegneranno la vittoria ad Acquaroli, nel centrosinistra minimizzeranno: in fondo, si dirà, l’uscente è sempre favorito e nulla cambia rispetto a prima. Ma cinque anni fa Pd e Movimento nelle Marche si presentarono divisi, e una sconfitta oggi sarebbe una battuta d’arresto nella strategia del campo largo perseguita con ostinazione da Schlein: chi nel Pd già da tempo la accusa di essere troppo schiacciata a sinistra potrebbe approfittarne per alzare la voce. Se invece sarà Ricci a imporsi, la segretaria dem correrà ad Ancona a festeggiare. E magari, chissà, convincerà pure Conte a seguirla.













