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Francesco Verderami

L’avanzata del bipolarismo non si ferma. Il centrosinistra punterà sulle urne per la giustizia

Gli esami non finiscono mai. E dopo le Marche le prove decisive per la tenuta del governo guidato da Giorgia Meloni saranno altre: la legge di Stabilità, la gestione della crisi europea, la capacità diplomatica di tenere insieme una coalizione che ha sensibilità molto diverse specie sui conflitti. Solo una politica piccola piccola poteva elevare un test regionale a turning point degli equilibri nazionali, che accreditano la premier di un record senza precedenti (tre anni di ininterrotta luna di miele con il Paese) e che tuttavia non la mettono al riparo dalle incognite, a partire da quelle internazionali.

Siccome però l’opposizione ha impostato le Regionali come un primo passo verso la remuntada, il voto delle Marche presenta il conto di una sconfitta netta che non mette in discussione il progetto del rassemblement ma la sua linea. Quella necessaria a trasformare una alleanza aritmetica in una coalizione che sia percepita dalla pubblica opinione fit to lead. Cioè capace di governare. Con quale impostazione? Ecco il punto. Perché negli ultimi giorni il Pd, che è il partito perno del progetto, si è reso protagonista di una scelta di enorme rilevanza politica: Elly Schlein, di fronte all’appello di Sergio Mattarella che esortava la Flotilla ad accettare la mediazione della Chiesa per gli aiuti umanitari a Gaza, aveva ringraziato il presidente della Repubblica ma poi aveva appoggiato la linea movimentista e intransigente.