Fausto Bertinotti, la Flotilla dovrebbe fermarsi per evitare rischi? «Innanzitutto, la discussione, così posta, rovescia le responsabilità. Il problema non è la Flotilla ma Israele. E le rovescia per una ragione semplice: quella missione rappresenta la rottura di un canone anche piuttosto ipocrita». Immagino si riferisca all’impotenza delle classi dirigenti europee. «Sanzioni, rottura degli accordi commerciali, alcuni neanche il riconoscimento dello Stato di Palestina… Non c’è corrispondenza tra condanna e azione. Al massimo è consentito l’obiettivo caritatevole degli aiuti o l’invio, sacrosanto, di una fregata. Ma siamo sempre sotto il livello necessario, che implicherebbe uno scontro, ovviamente politico, con Israele. Dentro questa missione c’è dunque una supplenza verso una politica che ha disertato».

Perché andare avanti rischiando la vita? «Anche qui si rovesciano le responsabilità. L’atto illegale sarebbe quello di Israele, perché davanti a Gaza le acque non sono di Israele e i blocchi navali si sospendono a davanti a interventi umanitari. Domando: perché il governo italiano non convoca l’ambasciatore intimando che un eventuale incidente avrebbe conseguenze senza precedenti nei rapporti tra i nostri Paesi? » Le ricordo che quel governo ha bombardato Doha dopo aver chiesto la mediazione del Qatar. Insisto: perché rischiare per un atto dimostrativo? «Come spesso accade in azioni non violente, ci si può trovare a un bivio che propone scelte drammatiche. Per questa ragione la decisione non può che essere presa dagli attori della scelta non violenta. Noi possiamo soltanto sperare che una giusta causa non debba esporre a rischi chi la sostiene». La Flotilla ha già raggiunto un doppio obiettivo: gli aiuti via Cei e una grande legittimazione politica. Non basta? «Comprendo il ragionamento che attiene alla ragion politica. E tuttavia comprendo anche che la natura profonda dell’impresa è proprio il suo essere in contraddizione con la ragion politica tradizionale. Perché si dà un obiettivo ad essa superiore. Qui ed ora dovrebbe entrare in campo la politica, chiamata a rispondere alla domanda: come si abbatte quel muro di ingiustizia e inumanità?