“Mi ha detto davanti a tutti che non combinerò mai nulla nella vita”. È la frase che un ragazzo mi porta in terapia, ancora arrossendo di vergogna. Non è l’insulto di un compagno, ma la sentenza di un adulto. Una condanna che si ripete nella sua testa come se fosse verità. La scuola, che dovrebbe essere il luogo delle possibilità, si trasforma nel tribunale del fallimento. Non è un episodio raro: troppo spesso, dietro le mura delle classi, parole pronunciate con leggerezza diventano pietre. Ci siamo abituati a parlare del bullismo tra ragazzi, dei corridoi ostili, delle chat che diventano armi. Ma parliamo molto meno del bullismo degli adulti. Quel bullismo che non compare nei manuali, che non fa clamore mediatico, ma che lascia ferite profonde e durature. Accade in famiglia, quando un genitore esasperato riduce il figlio a “buono a nulla”.

L’insegnante che ferisce

Accade a scuola, quando un insegnante, forse senza rendersene conto, scarica la propria frustrazione su un adolescente fragile. Non è disciplina, non è rigore, non è formazione del carattere: è abuso di potere. E quando il potere si esercita senza responsabilità, diventa violenza psicologica. La differenza è evidente: un ragazzo può ribellarsi a un coetaneo, ma non può farlo di fronte a un adulto che detiene autorità. Il suo “No” muore in gola, si trasforma in silenzio, in ritiro, in resa.