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A scorrere i social media e i mezzi di informazione, sembra che esistano due versioni diametralmente opposte della Cina. Una è quella proiettata verso il futuro delle automobili elettriche, dei grattacieli illuminati a led, delle megalopoli, dei droni e dei treni ad alta velocità. È una Cina capace di costruire infrastrutture imponenti e di fornire – almeno ai propri cittadini più benestanti e urbani, che comunque sono centinaia di milioni – servizi che rivaleggiano o in alcuni casi superano quelli di cui gode chi vive in Occidente.
L’altra Cina è quella dei dati economici sempre più deludenti. Nel 2024 il paese ha avuto una crescita del PIL del 5 per cento, la più bassa da decenni se si esclude il periodo della pandemia da coronavirus. Se guardiamo per esempio ai dati di agosto, più o meno tutti gli indicatori economici, dalle vendite al dettaglio ai prezzi alle esportazioni, sono cresciuti meno di quanto atteso. La disoccupazione giovanile è al 18,9 per cento, il dato più alto da quando, l’anno scorso, il governo cambiò il metodo di calcolo per ottenere percentuali più positive.
Queste due immagini della Cina sembrano in contraddizione fra di loro, ma sono invece il risultato di alcune scelte precise fatte dalla leadership del Partito Comunista, che sta portando avanti una transizione economica epocale e dai risultati ancora incerti, che amplifica le contraddizioni che ci sembra di vedere.






