Ci hanno fatto credere, ma ci abbiamo anche messo del nostro a dire la verità, che la Cina avesse trovato la formula perfetta dell’auto elettrica. Vendite in crescita, mega fabbriche, batterie dalla tecnologia inarrivabile. Un modello destinato, insomma, a mettere in crisi i costruttori di casa nostra. Ma la realtà, come spesso accade, è più complicata di così.
Cominciamo a dire che ad aprile il mercato cinese delle auto elettrificate ha perso il 38%. Nei primi quattro mesi dell’anno il calo raggiunge quasi il 50%. Le ragioni sono piuttosto semplici. Gli incentivi pubblici sono stati ridotti. È arrivata una nuova tassa d’acquisto. L’economia cinese non corre più come prima e i conti soffrono. Nel primo trimestre alcuni dei maggiori gruppi automotive di Pechino hanno visto gli utili ridursi fino a oltre il 50%. È il prezzo di una competizione sempre più aggressiva, dove mantenere quote di mercato conta più che difendere la redditività.
Per anni il settore è cresciuto sostenuto da sussidi pubblici (o intervento diretto dello Stato, spesso proprietario o azionista di marchi anche famosi) e una domanda in continua espansione. Oggi quella fase sembra agli sgoccioli e si devono fare i conti col mercato reale. La risposta dei costruttori è accelerare ancora: batterie con ricariche in meno di dieci minuti, sistemi di guida autonoma sempre più sofisticati, robotaxi, Intelligenza Artificiale ovunque. Sono innovazioni, certo, che però raccontano anche altro. Quando tutti vendono auto elettriche abbassando i prezzi, serve qualcosa per distinguersi. La tecnologia diventa uno strumento di sopravvivenza prima ancora che di marketing.







