di Federico Fubini

Controllo diretto della filiera, reparti ricerca e sviluppo da 10mila ingegneri e aiuti di Stato condizionati al reinvestimento: l’automotive di Pechino conquista i mercati e ispira gli altri settori

Siamo così ipnotizzati dal carisma equivoco di Donald Trump, che segnali diversi non catturano altrettanto la nostra immaginazione. Eppure, magari, contano più delle intemperanze dell’ottuagenario tycoon. Il mese scorso ad esempio si è scoperto che, verso la fine del 2025, la Cina ha accolto e addestrato ai combattimenti di droni oltre duecento militari russi e poi molti di loro sono tornati in prima linea in Ucraina. Quindi la Russia ha accolto a sua volta un contingente di militari cinesi, con i quali ha condiviso il suo know-how sviluppato sui campi di battaglia dell’Ucraina.

Nel frattempo, alti diplomatici di Pechino hanno spiegato ai colleghi europei che il loro governo non accetterà mai una sconfitta di Mosca in guerra. E sempre il mese scorso, mentre il mondo teneva il fiato sospeso per il disegno iraniano di controllare Hormuz, la Cina ha avanzato la stessa pretesa sullo stretto di Taiwan: Pechino ha dichiarato che quei 130 chilometri di mare sono parte del proprio territorio, non acque internazionali nelle quali valga la libertà di navigazione; la Cina fa con Taiwan esattamente quanto Teheran pretende di fare con Hormuz, lo fa allo stesso tempo e non si tratta di un dettaglio, perché quel passaggio nel Pacifico è il primo al mondo per il traffico navale e decisivo per l’intero settore dell’elettronica. Chi controlla lo stretto di Taiwan, controlla il 90% dei semiconduttori dell’intelligenza artificiale e ha la mano alla giugulare dell’economia del pianeta. Non importa se i trattati dell’Onu dicono che è illegale.