Ci dovrebbe essere un limite al cattivo gusto, all’accanimento, alla mostrificazione dei soggetti “sgraditi”. Almeno la morte dovrebbe rappresentare uno spartiacque definitivo, anzi “lo” spartiacque, la linea di separazione tra la battaglia (prima) e la pietà (dopo), tra il polemos (in greco antico voleva dire: guerra) e l’onore delle armi da rendere al nemico che non c’è più. E invece no. Povero Charlie Kirk: aggredito pure da morto. Proprio lui, che aveva una risposta efficace per tutto, che aveva un argomento per ogni interlocutore, è stato attaccato anche nel momento in cui non poteva più difendersi, quando non poteva più né prendere né porgere un microfono. Per una volta (sarebbe troppo penoso farlo), non citerò gli autori e le firme, né le testate dove abbiamo dovuto leggere resoconti e commenti spietati, disumanizzanti perfino post mortem. Ecco una parzialissima antologia: “funerale-show”, “funerale-kolossal”, “funerale-convention”, e poi ancora osservazioni sul fatto che chi piangeva piangeva troppo e chi sorrideva sorrideva troppo.
Da sinistra, i maestrini e le maestrine con le loro bacchettine woke non si sono fatti mancare nulla, e soprattutto non ci hanno fatto mancare niente del loro repertorio più trucido: ironie sul vestiario di questo e di quello, sul sudore, sui crocifissi (pacchiani pure quelli, ci hanno spiegato). Hanno applicato il medesimo registro che avrebbero utilizzato per commentare l’outfit dei cantanti a Sanremo. Ma lì, almeno, un po’ di simpatia sarebbe venuta fuori, anche senza volerlo. Qui, per Charlie Kirk, no, neanche per sbaglio: né per la vedova né per i bimbi. Curioso, no? L’Italia (tra vero e falso, tra affetto sincero e una punta di ipocrisia) ha una passione per le mamme e i bimbi. Ma non stavolta: la famiglia Kirk non sembra meritare nemmeno una carezza. Non è bastato aggredire Charlie in vita. Non è bastato ammazzarlo. Non è bastato festeggiare l’omicidio sui social. Non è bastato che gli “intellettuali” della cupoletta progressista si mettessero a dare le pagelle al morto, a imputargli la violenza della quale era stato vittima.














