Si apre al Palazzo di Vetro sull’East River l’Assemblea generale delle Nazioni Unite. Sono passati ottant’anni dalla loro fondazione. Oggi i residenti di New York non sono gli unici a chiedersi se valga la pena sopportare ogni anno questo caos infernale, il traffico paralizzato, i disagi per l’invasione di leader stranieri: a che scopo?
Molte analisi dell’Onu in questo anniversario assomigliano all’autopsia di un cadavere. Nessuno immagina che le Nazioni Unite possano mettere fine ai due più terribili conflitti del nostro tempo, Ucraina e Gaza. Alcune guerre «minori» negli ultimi mesi (India-Pakistan, Congo-Ruanda, Thailandia-Cambogia, Armenia-Azerbaijan) hanno conosciuto delle tregue, forse precarie, ma il merito se lo attribuisce Donald Trump che per le sue mediazioni vorrebbe il Nobel della Pace. A prescindere dalla fondatezza dei suoi vanti, quel che colpisce è, anche in questi casi, l’irrilevanza dell’Onu: l’organizzazione che era nata proprio per prevenire le guerre.
I dipendenti delle agenzie Onu stremati dai tagli di fondi preferirebbero additare proprio Trump come un colpevole della loro impotenza. «Fondata da un grande presidente americano (Franklin Delano Roosevelt), distrutta ottant’anni dopo da un suo indegno successore»: alcuni scriverebbero così l’epitaffio per questa organizzazione. Che Trump disprezzi e boicotti le istituzioni sovranazionali è un dato di fatto. Ma la crisi dell’Onu viene da lontano, schiacciarla sugli eventi degli ultimi mesi non ha senso. Per restare solo ai leader americani, George W. Bush all’inizio del millennio le aveva già tagliato i fondi, la osteggiava, e nel 2003 mandò il suo segretario di Stato Colin Powell a oltraggiarla con le menzogne sulle armi di Saddam Hussein. Comunque l’America non è l’unica superpotenza ad aver beffato, umiliato, svuotato di senso le Nazioni Unite. La storia del loro fallimento va rivista tutta intera.














