Il tempo del latte non aspetta confini né orari. Così un ragazzo sardo di diciott’anni, negli anni Settanta, attraversava il mare con duecento pecore, le mungeva sul ponte di una nave merci e il mattino dopo trasformava quel latte in formaggio: il biglietto da visita con cui presentarsi a una nuova terra. È la storia di tanti, di chi dalle campagne o dalle isole è partito in cerca di futuro. Ed è anche la trama invisibile che lega oggi pastori, allevatori e agricoltori che continuano a presidiare i territori italiani. Storie che si intrecciano, diverse come i luoghi che oggi le raccontano: a raccoglierle è stato il think-tank in scena nello spazio del Consorzio Parmigiano Reggiano a Cheese (tema, “il mio posto è la montagna”). «Mio padre Antonino arrivò così, con nulla se non le sue pecore e le mani buone a lavorare» racconta. Munse a bordo e il giorno dopo presentò il suo formaggio come moneta di scambio» racconta oggi Alessandra Spada, che in quella memoria riconosce la responsabilità di una scelta di vita. «È vero quello che scriveva Michela Murgia: “Non sono le pecore l’eredità dei figli, ma sono i figli l’eredità del gregge”: un gregge senza chi continua il lavoro di generazioni è un gregge che muore».