Il Pd pareva pacificato, o forse arreso alla leadership di Elly Schlein, e poco disposto a dare battaglia interna da parte dei riformisti alla segretaria. Anche perché il numero uno della corrente non schleineriana, Stefano Bonaccini, è diventato una stampella della strategia di Elly. Il tutto tra i sospetti e gli smarcamenti di diversi esponenti della corrente di minoranza, Energia Popolare, e le defezioni di ieri - quelle di Lorenzo Guerini, Marianna Madia, Filippo Sensi, Lia Quartapelle, Giorgio Gori, Graziano Delrio - alla riunione zoom di questa componente sono la riprova delle divisioni nel fronte non schleineriano. Ma dallo scorso gennaio a colpi di uscite sempre ben meditate e scandite senza enfasi ma con precisione chirurgica, in puro stile gentiloniano, Paolo Gentiloni che pure si è sempre detto indisponibile a scalate al vertice del Nazareno, è diventato il vero punto di riferimento ideale e politico-culturale di molti esponenti dem della minoranza, anche di alcuni di quelli che ieri hanno disertato la riunione di corrente. E sarà pure una coincidenza, ma in politica le coincidenze esistono di rado.

Eppure proprio ieri Gentiloni se n'è uscito smontando un po' il lavoro di costruzione del campo largo portato avanti da Schlein con grande pazienza e molte concessioni per «spirito unitario» alle istanze di M5S. «Le opposizioni hanno da fare moltissimi passi in avanti per guadagnare la credibilità per poter essere un'alternativa». Pensiero del resto molto diffuso sia dentro che fuori dalla sinistra, presso molti italiani. Gentiloni ha detto la sua, ospite a Faenza di Talk, le giornate di incontri e giornalismo organizzate dal Post. Rispondendo a una domanda sulla possibilità che Schlein possa diventare in futuro presidente del Consiglio, l'ex premier e ex commissario Ue ha risposto che al momento i partiti di opposizione non sono pronti per vincere le elezioni e per diventare «una vera alternativa» all'attuale governo. Non proprio una carezza, insomma, alla segretaria. Di cui Gentiloni sembra criticare il trionfalismo privo al momento di riscontri fattuali (anche le elezioni regionali sono a rischio pareggio). E insomma, guai a «dare per scontato» che ci sarà un'alternanza di governo. «Se non hai una credibilità per poter essere un'alternativa, il rischio - sono le sue parole - è che nonostante tutte le sue divisioni, nonostante i suoi errori, nonostante le sue debolezze, l'attuale esecutivo duri a lungo. E non posso pensare a che cosa succederebbe in questo Paese se questo governo durasse per dieci anni. Non sto dicendo che arrivano la dittatura e quelli col fez, sto dicendo che una tendenza invasiva all'occupazione di spazi di potere, che già vediamo, prolungata per dieci anni, penso che l'Italia farebbe bene a evitarla. E l'alternanza è sempre positiva».