Per stessa ammissione del ministro Nordio, la riforma della magistratura giunta ieri al terzo voto parlamentare sui quattro previsti (con annessi semi-tumulti in Aula) non apporta alcun contributo alla soluzione dei veri problemi della giustizia, legati alle procedure e alla durata dei processi.Ma al di là del merito, ciò che suscita perplessità è soprattutto il metodo con cui si sta modificando la Costituzione in uno dei suoi snodi più importanti e significativi. Da circa un anno, cioè da quando il governo ha deciso di metterla in cima alla lista degli obiettivi da raggiungere entro la fine della legislatura, si va avanti di gran carriera, e senza che il Parlamento abbia potuto apportare alcuna modifica al testo uscito dal Consiglio dei ministri. Durante i lavori — prima nelle commissioni e poi nelle assemblee di Camera (due volte) e Senato (una volta) — non è stata toccata nemmeno una parola del disegno di legge partorito al ministero della Giustizia e vidimato da Palazzo Chigi. Con uno svilimento del ruolo del potere legislativo che ha pochi precedenti, e forse nessuno in materia di revisione costituzionale; persino i decreti-legge ogni tanto subiscono qualche correzione durante l’iter di approvazione definitiva.