Questa mattina mi sono guardato allo specchio e ho avuto un momento di illuminazione. Basta. Smettiamo di offenderci e non cerchiamo di essere politicamente corretti a tutti i costi, va bene? Diciamo semplicemente la verità, guardiamoci negli occhi e ammettiamolo una volta per tutte: noi bianchi, nati e cresciuti in questa confortevole parte del mondo che chiamiamo Occidente, siamo suprematisti.
Non lo dico per ferire, ma per identificare. Prendiamo il dizionario, questa cosa di cui non abbiamo idea di cosa sia. “Suprematismo”: dal latino “supremus”, “colui che sta più in alto”. Eccolo lì. Non è un’opinione, è una descrizione. È un momento di politica identitaria da cartolina che ti dice dove ci troviamo nel mondo.
Apri un giornale o accendi la tv, scorri l’ultima lista di Forbes delle persone più ricche al mondo. Fatto? Ora dimmi, quante facce non bianche c’erano al top? Poche, quasi nessuna. Sono le nostre facce, i nostri legami, i nomi dei nostri padri. Possediamo la finanza mondiale, i grandi affari, i mass media. E non è forse questo che deve significare “stare più in alto”? E scriviamo le regole del gioco perché il gioco è il nostro.
E le donne? Per amor di Dio, le quote di genere, le belle parole sull’uguaglianza. Eppure, poi, quando arriva il momento di prendere quella decisione, di entrare nelle stanze del potere, quelle porte restano ancora ostinatamente chiuse o si aprono solo di poco. Le sale consiliari, i governi, i vertici della gerarchia istituzionale rimangono schiacciantemente un club esclusivo per uomini. Uomini bianchi, naturalmente.






