Aggiungi ItaliaOggi alle tue fonti preferite su Google per non perderti i nostri contenutiPer Vincent Bocchinfuso esiste una figura che più di ogni altra aiuta a spiegare certe derive della politica americana contemporanea: la white liberal woman, la donna bianca progressista, istruita, benestante e convinta di trovarsi sempre dalla parte giusta della storia. Sul suo provocatorio Substack, l'autore sostiene gran parte dell'attivismo liberal abbia smesso da tempo di essere un confronto tra idee per trasformarsi in una sorta di competizione morale permanente.
Non basta più essere contrari a qualcosa, di solito uno dei principi del senso comune o dell’Occidente in generale: bisogna esserlo nel modo giusto, con il tono giusto e con il livello di indignazione richiesto dal gruppo di appartenenza. L’antioccidentalismo diventa così non una posizione politica, ma un certificato di rispettabilità sociale. Secondo Bocchinfuso, il meccanismo ricorda più quello delle liti al liceo che il dibattito democratico. Chi si allinea ai codici culturali dominanti riceve approvazione, visibilità e status. Chi prova a esprimere dubbi su immigrazione, politiche identitarie o linguaggio inclusivo rischia invece di essere trattato come un parente imbarazzante da nascondere durante il pranzo della domenica. Il risultato sarebbe una corsa continua verso posizioni sempre più radicali. Se il prestigio dipende dal dimostrare di essere moralmente un gradino sopra gli altri, la moderazione diventa sospetta. La causa di ieri non basta più; serve una nuova battaglia, una nuova sensibilità, un nuovo vocabolario da imparare a memoria. E chi resta indietro, scopre improvvisamente di essere diventato “problematico”. Bocchinfuso precisa di non attribuire il fenomeno a fattori biologici o differenze di sesso. La sua è una categoria demografica e sociologica: donne istruite, immerse in ambienti professionali e mediatici omogenei, dove la reputazione morale funziona come una moneta di scambio.









