di

Paolo Foschini

Il tema della affettività nelle carceri affrontato da Donatella Stasio nel suo libro «L'amore in gabbia» in cui racconta la storia di un ex detenuto

Roba che «non si fa», le aveva risposto di getto. Parlava del sesso in carcere: privazione che lui conosceva bene perché dentro c’era stato tanto. Eppure quella clamorosa sentenza della Consulta, la numero 10 del gennaio 2024 che nell’indifferenza collettiva dichiarava «incostituzionale il divieto di affettività per le persone detenute», a lui non lo aveva scalfito neanche un po’: questione di rispetto e decenza, aveva tagliato corto, perché oggi in galera non ci sono le condizioni. Poi sono seguiti mesi di colloqui. E la questione si è rivelata più ampia. Il dramma del carcere come «deserto affettivo» e dunque «specchio della società di oggi»: niente affetti uguale più odio, più violenza, più guerre. «La gabbia del carcere è il paradigma della gabbia in cui oggi rischia di finire la difesa di tutti i diritti di libertà». Lui si chiama Gianluca. Lei è Donatella Stasio, giornalista e scrittrice, portavoce della Corte costituzionale con sei presidenti di fila. È a lei che appartiene l’ultimo virgolettato.

ConseguenzeIl risultato del loro confronto è in effetti il libro L’amore in gabbia dell’editore Castelvecchi, firmato Stasio a cura di Daniela Padoan. Un testo che a sua volta nasce al seguito di un altro, sul rapporto tra diritti e democrazia, scritto dalla stessa autrice l’anno scorso con l’ex presidente Giuliano Amato. La sentenza della Consulta di cui sopra era arrivata proprio allora per dire - a proposito di diritti - che l’articolo 18 dell’Ordinamento penitenziario è sbagliato e che «i detenuti devono poter avere colloqui intimi, anche a carattere sessuale», «senza controllo a vista a meno di comprovate ragioni di sicurezza». Perché «la costrizione di emozioni e sentimenti – dice la Corte – è contraria al senso di umanità» prescritto con l’articolo 27 dai padri della nostra Repubblica. A quel punto a Donatella Stasio è tornato in mente Gianluca. Per raccontare la sua storia.«L’avevo conosciuto nel 2009 - racconta lei adesso - quando era appena uscito da Bollate. Non lo sentivo da allora. Gli ho scritto proponendogli l’idea, mi ha risposto subito. Libero da molto tempo, oggi è un imprenditore. Ma tuttora vive in una casa senza porte. Orfano di padre a sei anni e una antologia di prigioni, da Busto Arsizio alla massima sicurezza di Fossombrone: a pena finita continuava a sentirsi le catene addosso, parole sue, e mi ha detto di averci messo dieci anni a capire perché gli fosse impossibile qualsiasi relazione affettiva».