Un viaggio in Italia e in Francia dopo la prematura morte della madre Martha risvegliò nel 1955 la sua coscienza politica: tornato negli Usa appena maggiorenne Robert Redford imboccò la strada dell'impegno civile che lo portò a schierarsi a sinistra, difendendo, non solo nei film, cause come la tutela dell'ambiente, i diritti dei nativi e dei gay, del cinema indipendente e da ultimo a schierarsi contro Donald Trump, da lui definito "un dittatore" quando ancora il tycoon era al suo primo mandato.
"È stato un grande", ha replicato Trump oggi, unendosi alla pioggia di tributi in omaggio all'antidivo di film come Tutti gli Uomini del Presidente (era il giornalista Bob Woodward accanto al Carl Bernstein di Dustin Hoffman) sullo scandalo Watergate o Leoni per Agnelli del 2007 dove, da regista e attore assieme a Meryl Streep e Tom Cruise, Redford descrisse un'America segnata dalle guerre in Medioriente seguite alle stragi dell'11 settembre criticando il disimpegno civico e il conformismo politico dei suoi concittadini.
Tutti temi attuali, ma la radice fu in quelle tappe che, 19enne, portarono il futuro Golden Boy di Hollywood anche a Firenze: "Fu la prima volta che sviluppai opinioni politiche", aveva rievocato una volta diventato famoso: "Perché prima, della politica, non poteva importarmene meno".











