Robert Redford è stata una personalità del cinema così incisiva, che ciascuno conserva nel suo pantheon un Redford personale, legato a un film per lo più politico o romantico, generi in cui l’attore statunitensi eccelleva in egual misura.

Nato da una famiglia modesta di Santa Monica nel 1936, Redford avrebbe compito 90 anni il prossimo anno e, invece, se ne è andato il 16 settembre nel sonno nella sua casa dello Utah, dove aveva fondato e diretto un festival di cinema indipendente tra i più apprezzati al mondo, il Sundance.

Redford aveva iniziato come pittore ed era stata la moglie e attrice, Lola Van Wagenem – con cui è stato sposato dal 1958 al 1985 e da cui ha avuto quattro figli – ad indirizzarlo verso il teatro per poi approdare al grande schermo.

Fece parte di quel manipolo irripetibile di talenti che dagli States cambiò il modo di fare cinema, grazie a una capacità espressiva straordinaria, una professionalità ferrea e una spinta civile irruenta: da De Niro ad Al Pacino a Hoffman, da Scorsese a Coppola, passando per Cassavetes.

Ma Redford aveva una cartuccia in più. Con quel suo sorriso un poco storto e triste, i capelli biondi e i begli occhi lunghi, carichi sempre di un velato malessere, il fisico asciutto ereditato da un passato sportivo nel baseball sapeva regalare anche momenti di profondo romanticismo.