Robert Redford non ha solo attraversato il cinema, lo ha plasmato. È partito dalla sua bellezza da fidanzato d’America per diventare volto e voce di mezzo secolo di storia americana, tra intrattenimento da grande pubblico e riflessione civile. Dai western anni Sessanta e Settanta ai thriller paranoici del dopo Watergate, dai melodrammi romantici ai drammi politici, l’attore e regista, scomparso da 89 anni, ha incarnato i dubbi, le illusioni e le contraddizioni di un Paese. Al contempo ha costruito, attraverso l’intuizione geniale del Sundance Film Festival, uno spazio libero per nuove generazioni di autori, regalando respiro e nuova linfa il cinema indipendente.
Robert Redford, il divo che non voleva essere un sex symbol (ma ci ha fatto innamorare)
di Silvia Fumarola
Gli inizi: da “A piedi nudi nel parco” a “La stangata”
L’esordio importante per l’attore arriva negli anni Sessanta con A piedi nudi nel parco (1967), tratto dalla commedia di Neil Simon, dove accanto alla strepitosa Jane Fonda interpreta un giovane marito rigido e impacciato. Il successo fu enorme: il film incassò oltre 30 milioni di dollari e consolidò l’immagine di Redford come “fidanzato d’America”, volto rassicurante della classe media liberal in un decennio che vedeva l’affacciarsi il cambiamento. Ma già poco dopo Redford dimostra di voler andare oltre. In Butch Cassidy (1969) forma con Paul Newman una delle coppie più amate della storia del cinema. Il film, diretto da George Roy Hill, trasforma due banditi western in antieroi romantici, simboli di un’America che guarda al passato con ironia e nostalgia. La stangata (1973), sempre con Newman e Hill, porta Redford a un enorme successo commerciale (più di 150 milioni di dollari di incasso mondiale) e alla nomination all’Oscar: il suo volto diventa quello di un’America scanzonata, ma anche capace di mettere in scena la truffa come metafora sociale.










