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Amante di Cesare e madre di Bruto, Servilia seppe intrecciare politica e passione, influenzando la fine della Repubblica con il silenzio, lo stile e l’arte sottile del comando invisibile

Era una donna che camminava in diagonale nella storia, come chi sa che la linea retta è un’illusione dei geometri. La vedi nei giorni che precedono le Idi, nel respiro corto delle case patrizie, a misurare la luce sulla pietra e il peso dei nomi sulle spalle. Servilia. Un nome asciutto, dritto, romano. Una consonante che apre il cancello e poi il fruscio della «v» che scivola come un velo. Intorno, la città trama come una vite selvatica. Dentro, lei coltiva l’arte più antica: stare al centro e non apparire, ascoltare e governare senza un gesto di troppo. È la grammatica dell’influenza. È Roma quando sceglie il sussurro al grido.

Viene da un sangue che sa di leggi e secessioni, di processi e sentenze. Figlia di Quinto Servilio Cepione e di Livia Drusa, cresce in una casa dove i verbi si coniugano al plurale del potere. Impara presto il vocabolario dei grandi: senatus, mos, dignitas. Impara soprattutto il contrario: la fragilità che abita sotto la toga, l’ansia nuda dei padri che temono di non essere all’altezza degli antenati. Da quel vuoto nasce una specie di musica. Servilia la ascolta. È il suo talento. Saper leggere gli uomini come si legge il vento.