Stai utilizzando Internet Eplorer: è un browser molto vecchio, non sicuro, e non più supportato neanche da Microsoft stessa, che l'ha creato.
Per favore utilizza un browser moderno come Edge, Firefox, Chrome o uno qualunque degli altri a disposizione gratuitamente.
Dalla Sabina all’Hispania, la vita di Quinto Sertorio: generale astuto, politico visionario e ribelle capace di fondare un’altra Roma in esilio. Tradito dai suoi, lasciò un’eredità che ancora interroga
C’è un uomo seduto a capotavola, e la stanza intera trattiene il respiro. Il vino, nelle coppe, ha un riflesso di ferro; le torce ondeggiano come se un vento invisibile passasse a contare i minuti. Una risata finta, uno sguardo abbassato, un gomito spostato di un palmo per lasciare alla mano lo spazio di cercare la lama. È un teatro antico, eppure è adesso: la Spagna trattiene il fiato, Roma tende l’orecchio. Quinto Sertorio, l’uomo con un occhio solo e un’idea troppo grande per le mappe, leva il calice. Sorride poco. Odora l’inganno come si odora l’arrivo della pioggia. Non lo teme, lo riconosce. La morte, quando ha mestiere, siede sempre vicina al sale. E un canto lusitano rimbalzò tra le sponde del Tago e del Duero.
Sertorio è un sabino, viene da Nursia, dai monti che insegnano la durezza e il silenzio. Nasce nel 123 avanti Cristo e porta addosso una genealogia di ostinazioni: la madre è cugina di Gaio Mario, il console che tiene in pugno la plebe e la disciplina dei campi. A Roma impara che le parole sono spade coperte di seta: le giri e feriscono. Nelle aule si forma giurista, in piazza oratore, ma è il fango delle marce che gli dà un alfabeto definitivo. Aquae Sextiae, la Gallia che geme, l’urto contro i Teuton, gli garantisce il primo vero battesimo. Ritorna con il corpo inciso e la reputazione cucita stretta: vale.






