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Dalla repressione di Spartaco al sogno di gloria in Oriente: la parabola di Marco Licinio Crasso, banchiere dell’Urbe e alleato di Cesare, finito nel deserto di Carre con la più amara delle sconfitte
Quello che resta è una torre, un arco e un deserto di pietre. Carre è una di quelle città che fu capitale e ormai non ci sono quasi più segni della sua grandezza. Dicono che sia nata per onorare la luna, nella valle del fiume Balikh, che scorre perenne e senza fine, perché l’origine è la sorgente carsica di ʿAyn al-ʿArūs, la fonte della sposa. Quando arriva a Raqqa si confonde con l’Eufrate, con un matrimonio che è all’origine della civiltà. Carre prima di essere persiana, quando ancora si chiamava Ḫarrānu, era la capitale sacra degli Assiri. È qui che l’uomo più ricco della storia ha trovato il suo destino.
Comincia dalla fine, perché la morte di Crasso è già un romanzo. È un sipario che si chiude con un gesto teatrale, crudele e perfetto: oro fuso nella bocca del più ricco dei Romani, come a dirgli che aveva osato troppo, che aveva creduto davvero che con i denari si potesse comprare anche il respiro dell’eternità. L’oro che lo aveva reso intoccabile diventa la sua condanna. Una caricatura funebre. La ricchezza che zittisce, che soffoca, che non perdona.






