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Nipote di Cesare e madre di Ottaviano, Azia Balba Caesonia non guidò eserciti né pronunciò discorsi, ma dal suo ventre nacque Augusto. Così una donna ai margini consegnò Roma all’impero

Non si chiama Giulia come la madre e neppure come la prozia che sposò Caio Mario. Non si chiama Giulia come la cugina, l’unica figlia dello zio Cesare, la ragazza della pace, la donna che fece innamorare il grande Pompeo. Non si chiama Giulia come la nipote, scandalosa, che non ha fatto in tempo a conoscere e la figlia di lei, che portava lo stesso nome della madre. Giulia, Giulia, Giulia, il suono più banale e ricorrente per le donne di una schiatta che pretende di discendere da Ascanio, il figlio di Enea e Creusa, il fondatore di Alba Longa, la capitale dei popoli latini. Ascanio con il destino già scritto nel sangue e che i romani conoscono come Iulio. È da lì, dicono, che arrivi la gens Julia. Lo dice Virgilio, in realtà, per compiacere l’uomo da cui dipende il destino di tutti. Ecco, quell’uomo è suo figlio. Solo che lei non si chiama Giulia, o Julia, ma porta il segno di suo padre, Marco Azio Balbo da Ariccia, figlio della sorella di Pompeo.