C’è una flottiglia che naviga verso Gaza portando cibo e medicine ai palestinesi. Già interessante la scelta della parola flottiglia, un termine di origine spagnola che ricorda antiche uscite in mare di battelli a vela che partivano per la conoscenza del mondo. Voci autorevoli si sono levate per dichiarare la inutilità di una tale iniziativa. A prescindere dalle parole roboanti di Netanyahu che ha già bollato i navigatori come terroristi, i cinici di turno sostengono che è una impresa che non approderà a niente. Ma vorrei ricordare che il mondo si è mosso non solo per le grandi guerre che hanno distrutto e compiuto stragi, ma per le imprese simboliche che apparivano impossibili e arrischiate, ma hanno lavorato profondamente sulla immaginazione collettiva. È chiaro che la flottiglia forse non riuscirà a cambiare la strategia della distruzione e della guerra brutale di Netanyahu, ma comunque avrà una importanza simbolica da non sottovalutare. Se il nemico del proprio Paese e del grande popolo ebraico reagisse con la distruzione delle imbarcazioni e la prigionia dei navigatori come minacciato, credo che metterebbe il collo sotto la ghigliottina con le sue mani. L’eco di un attacco a pacifisti che portano cibo e vettovaglie agli affamati, susciterebbe ancora più indignazione, non solo fra i palestinesi, ma fra tutti i cittadini del mondo, compreso, come già sta avvenendo, fra i suoi compatrioti. E potrebbe affrettare la sua caduta. Le azioni simboliche spesso sono più efficaci di quelle compiute con le armi. Ricordiamo la Marcia del Sale del 1930 di Mahatma Gandhi che sfidò il monopolio britannico del sale in India. Ricordiamo il crollo del muro di Berlino, preso d’assalto dai comuni cittadini.