Non c’è il “vento divino” a gonfiare le vele della Global Sumud Flotilla dei “volenterosi de noantri”, ma l’autoesaltazione messianica nel malinteso nome dei principi supremi di umanità. In attesa di sfondare il blocco navale in una zona di guerra come quella della costa israeliana dove si affaccia la Striscia di Gaza, in attesa di conoscere perché la flottiglia non si è mobilitata un paio d’anni fa contro Hamas per la liberazione degli ostaggi, in attesa di conoscere come mai tanto furore umanitario si è ben guardato dal rivolgersi verso il Mare Nero e quell’Azov sottratto dai russi agli ucraini, vediamo un po’ come sono andate le cose nella storia di fronte alle forzature della realtà. Senza andare troppo indietro.

I mongoli nel XIII secolo pensavano di ingoiare il Giappone in un boccone. Kublai Khan mandò nel 1274 una flotta gigantesca a invadere la terra dei samurai, ma non calcolò la possibilità di un tifone che sgominò navi e uomini. I nipponici lo chiamarono “vento divino” che nella seconda guerra mondiale avrebbe assunto una nomea universale e sinistra con la parola kamikaze. I mongoli riprovarono nel 1281 e bissarono il disastro epocale, perché il vento, divino o no, non tirava dalla loro parte. Quanto all’Europa, che dire degli spagnoli? Nel XVI secolo, con tronfia guasconeria, radunarono una flotta di cui non c’era memoria e sempre per essere modesti la chiamarono Invincibile Armata, o meglio Grande y Felicisima Armada, che era sì grande, ma non si rivelerà felicissima. Solo al terzo tentativo, nel 1588, riuscì a salpare per scontrarsi con gli inglesi e andò a dir poco maluccio.