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Ultimo aggiornamento: 7:40
Non ripeterò cosa sta accadendo a Gaza. A dispetto di chi invoca “il silenzio del mondo” non si parla d’altro che del massacro, del genocidio, della negazione del diritto, della protervia sionista che sta distruggendo Israele oltre che la Palestina. Sappiamo tantissimo, se non tutto, di ciò che serve per condannare questo orrore.
A tutti noi prudono le mani davanti al televisore, ogni giorno. Vorremmo poter fare qualcosa. Vorremmo poter contribuire alla fine del massacro. Io vorrei anche essere informato su tutti i massacri in atto nel mondo, non solo su uno, perché parlare tanto, diffusamente, di una guerra consente di tenere alta l’attenzione su quella, ma fa male a tutte le altre tragedie dimenticate. E mi viene da chiedermi se ormai, in questa epoca, la cosa più utile per un popolo oppresso non siano gli aiuti, le armi, il cibo, ma un buon ufficio stampa. E qui la tristezza mi divora.
Ma poi guardo le immagini di Gaza e tutto svapora, torno a fremere al pensiero di come sia possibile contribuire, fare pressione, intervenire. È di questi giorni l’avvio delle operazioni della Global Sumud Flotilla, nata da una costola e dall’esperienza della Global March to Gaza del giugno scorso. L’intento è quello epico, bellissimo, utopistico di rompere l’illegale blocco navale imposto da Israele vent’anni fa che impedisce l’atterraggio a Gaza di qualunque nave e, dunque, di qualunque aiuto umanitario. Aiuto che, con l’avvio dell’operazione “fame” perpetrata dal Governo di Israele col chiaro intento di denutrire i palestinesi e indebolirli fino ad arrendersi o morire, oggi è diventato impellente.







