Nel pantheon dei frutti, il fico (che poi in realtà, botanicamente, frutto non è ma un'infruttescenza che contiene centinaia di minuscoli frutti) ha sempre recitato la sua parte con disarmante ambiguità: simbolo di abbondanza e fertilità, ma anche di pudore, con quelle foglie scelte da Adamo ed Eva per coprire il troppo umano. A osservarlo con immaginazione, però, ricorda un attore della commedia dell’arte: prorompente, esuberante, sfrontato, pronto a rubare la scena. Prima ti punge, un pò acre e tannico, poi cede al dolce del suo lattice. Francis Ponge (1899-1988), il “poeta delle cose”, lo chiamava “la nostra tettarella, una tettarella che, per fortuna, si può mangiare”, immagine insieme carnale e infantile, nutrice primordiale e fonte immediata di piacere. Non esita a celebrarlo come un reliquiario barocco, al cui interno brilla un altare scintillante, mentre Lorenzo Lotto lo dipinse nella “Sacra Famiglia con Santa Caterina d’Alessandria”, dove l’albero di fico campeggia come simbolo di fecondità e vita domestica.

Un motto popolare recita - “non vali un fico secco” -, perché i legionari romani ricevevano come paga del sale (da cui la parola salario) e una manciata di fichi secchi e dunque l’espressione voleva indicare un soldato ormai vecchio, non più abile a difendere l’Urbe, diventando sinonimo di non avere alcuna utilità. Altre fonti, legate alla religione cattolica, rimandano ad un episodio del Vangelo di Matteo (12,18-22): Gesù vedendo un fico senza frutti, lo maledice e l’albero si secca. L’albero sterile diventa immagine di chi non porta frutti di fede, perché le fronde senza frutti indicano sterilità spirituale. In realtà, nell’economia del bacino mediterraneo, fu per millenni un alimento base importantissimo, da consumarsi fresco in estate ed essiccato in inverno, consumato dai contadini ma usato come cibo per soldati e viaggiatori.