Se una cosa non ha un nome non esiste. Se di un fenomeno mancano i numeri è impossibile sapere quanto è profondo. “Perché contare i femminicidi è un atto politico” di Donata Columbro, edito da Feltrinelli è in uscita il 16 settembre, è un libro che mette in allarme: i dati disponibili sui femminicidi in Italia non bastano, non sono nemmeno completi.

Perché era urgente approfondire questo tema?

«L’idea del libro è nata dopo il femminicidio di Giulia Cecchettin. Ho visto l’aumento di persone e istituzioni che – anche sui social – sminuivano la portata del fenomeno o addirittura ne negavano l’esistenza. Non è la prima volta che gruppi di uomini negano i femminicidi ma da quel momento, insieme all’aumento del dibattito sul tema sono cresciute le voci di chi sostiene che questi numeri sono una normalità statistica all’interno di una popolazione di 60 milioni. Si tratta invece di un fenomeno di cui lo Stato e la collettività devono farsi carico. Una delle accuse mosse alla comunità femminista – che raccoglie dati dal basso – è che tende a includere femminicidi che non dovrebbero essere definiti tali. Ma l’obiettivo dei dati non è fare la guerra dei numeri. Intercettare le cause dell’omicidio includendo anche nei dati anche i tentati femminicidi e in generale le violenze che obbligano le donne a una sopravvivenza non degna di essere vissuta aiuta a combattere il fenomeno: non è un fatto privato. Considerarlo tale è poco efficace e ci fa vedere dati e statistiche in modo parziale».