In Italia non c’è un registro ufficiale dei femminicidi. Non esiste un database sulle violenze di genere con tutti i relativi dati, incrociabili. E il modo in cui vengono raccolti i dati è lo
specchio di un sistema che ancora minimizza la violenza di genere e le sue radici. I dati parlano: per questo bisogna raccoglierli con criterio. Contare i femminicidi è un lavoro che restituisce rispetto e dignità alle vittime e alle loro famiglie. Ma è anche un lavoro che permette di raccogliere e analizzare elementi in comune, di riconoscere fattori di rischio. Per provare ad agire. La giornalista Donata Columbro, che ha scritto Perché contare i femminicidi è un atto politico (Feltrinelli), sostiene che il conteggio dei femminicidi è una questione di potere e di resistenza.
Perché contare i femminicidi è un atto politico?
«Quando ho iniziato a scrivere questo libro, pensavo che avrei lavorato a un pamphlet in cui avrei spiegato in poche pagine perché è importante che siano le istituzioni a dare dati ragionati e confrontabili. Poi il lavoro si è allargato a chi in questo momento sta raccogliendo i dati. A livello etico siamo tutti d’accordo: la violenza di genere è un problema da affrontare. Ma poi all’atto pratico manca una raccolta di dati (che è la prima cosa fondamentale per poter ragionare e agire). La raccolta non la stanno facendo le istituzioni ma giornaliste, attiviste, centri antiviolenza. Quindi la mia vuole essere una proposta affinché siano le istituzioni a farsi carico di questo lavoro. Al momento esiste un report, ogni 3 mesi, del ministero dell’Interno (in cui nemmeno si usa la parola femminicidio perché “è un termine interpretabile”) e il rapporto Istat che è annuale. I dati raccolti sono incompleti. Chiediamoci quali dati stiamo guardando perché se non ci sono i dati non c’è racconto, non c’è storia. E se ci sono dati incompleti i racconti di queste storie sono sterili».






