In Italia non esiste un conteggio ufficiale dei femminicidi. Nel suo nuovo libro, Donata Columbro fa luce sull’assenza di dati affidabili legati alla violenza di genere, mostrando come l’informazione statistica possa diventare uno strumento di memoria e prevenzione.
di Giulia Mattioli
Nella società digitale, in cui tutto si misura, si conta, si archivia e si analizza, manca un dato clamoroso: quante donne vengono uccise ogni anno per il solo fatto di essere donne? Non lo sappiamo con precisione. Non in Italia. Non nel Regno Unito. Non in Francia, né negli Stati Uniti o in Russia. Eppure, il fenomeno del femminicidio - l’uccisione di una donna da parte di chi non accetta la sua libertà, il suo rifiuto, la sua autonomia - racconta qualcosa di profondo sulla nostra cultura. È la manifestazione estrema di una struttura patriarcale che punisce le donne quando smettono di stare ‘al loro posto’. Ma senza dati, senza analisi, questa forma di violenza dalla matrice così spiccatamente culturale rischia di perdersi tra le pieghe di una narrazione incompleta. Donata Columbro, giornalista e divulgatrice esperta di dati, affronta questo vuoto con il suo nuovo libro, Perché contare i femminicidi è un atto politico (Feltrinelli), offrendo un’analisi critica che riflette sul significato dei dati e sul modo in cui vengono raccolti, raccontati e usati nella narrazione pubblica.






