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Quello che ha segnato la vita di Kirk è un colpo alla libera opinione. È un colpo alla parola, non alla parte
L'assassinio di Charlie Kirk, avvenuto due giorni fa in un college americano, è sconvolgente. Come tutti gli assassinii, ma più di tutti gli assassinii. È un colpo al primo e sacro emendamento americano, sulla libertà di parola. Kirk era un opinionista dell'era dei social. Mischiava vecchio e nuovo nel suo modo di fare. Era giovane e parlava a tutti, soprattutto con i suoi coetanei nell'agorà dei campus americani, fortemente liberal, cioè spostati a sinistra. È stato ucciso durante uno dei suoi famosi dibattiti intitolati, Prove me wrong. Forza venite a dirmi come la pensate, discutiamo. Dimostrate, se ce la fate, che sbaglio. Era un conservatore. Certo, un repubblicano. È stato anti woke, quando tutti erano politicamente corretti. Era tradizionalista sui generi, quando l'arcobaleno era la regola nelle università. Era anticomunista (favolosi i suoi dibattiti su cosa abbia rappresentato il sogno della falce e martello) anche quando si riteneva che esso potesse essere una risposta alle disuguaglianze. Era pro Israele quando tutti parlano di stato terrorista. Kirk era un opinionista, libero. Aveva grande seguito, ma soprattutto grandi opinioni. Che difendeva con fatti, numeri, con la sola forza dei suoi argomenti. Provocava, ma mai un discorso violento, un'aggressione, mai una minaccia.







