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Tanti americani stanno subendo conseguenze per aver giustificato sui social l'assassinio di Kirk
L'assassinio di Charlie Kirk, l'attivista di estrema destra ucciso nel corso di un suo evento alla Utah Valley University cinque giorni fa, si potrebbe definire il primo attentato digitale della storia, e per questo potrebbe cambiare il corso degli eventi, essere una sorta di spartiacque. Non si era mai visto in passato un atto così intriso di connotazioni social, dalla cultura "gamer" e tipica del dark web di cui era impastato il presunto assassino Tyler Robinson alla corsa al commento sui social, dal politico ai comuni cittadini, tutti impegnati a prendere posizione su una vicenda profondamente divisiva.
Così è scattata la caccia ai commenti violenti e inappropriati, soprattutto da parte di chi in maniera più o meno subdola sembra voler giustificare l'assassinio di Kirk a causa dei presunti messaggi di odio da questi propalati nella sua attività politica di provocatore. Qualcuno ha pagato questa postura con provvedimenti da parte della propria azienda: ha perso il posto di lavoro, tra i tanti, Matthew Dowd, un esperto analista politico della Msnbc, che in un intervento in diretta tv ha detto che "pensieri carichi di odio portano a parole cariche di odio, che a loro volta portano ad azioni cariche di odio. Questo è l'ambiente in cui ci troviamo. Non puoi pronunciare parole terribili senza aspettarti che si verifichino azioni terribili". Un giustificazionismo che è piaciuto pochissimo ai vertici dell'emittente, che hanno risolto il contratto.






