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Lui credeva nel confronto, i suoi rivali nelle pallottole

Come quasi tutti nel mio ambiente, ho trascorso l'ultima settimana in uno stato di stordimento. La notizia dell'assassinio dell'attivista conservatore Charlie Kirk ha gettato nello shock e nella tristezza chiunque lo avesse conosciuto. Lo avevo incontrato in vari studi tv, ero stato ospite del suo programma radiofonico e avevo collaborato con lui per trovare persone capaci da inserire al Dipartimento dell'Istruzione. Mi ha sempre colpito la sua genuinità, l'idealismo, la dedizione alla causa. Ancora oggi resto stupito da quanto abbia costruito in così poco tempo: un'organizzazione imponente, una carriera da star mediatica, un ruolo da consigliere del presidente degli Stati Uniti e una splendida famiglia. Tutto entro i 31 anni.

Nella giostra quotidiana della politica è facile farsi travolgere da titoli e polemiche effimere. La morte di Kirk, invece, segna un momento di svolta che impone riflessione. La sua vita e tragicamente la sua fine raccontano alcune verità profonde sull'uomo e sull'America. Anzitutto, Kirk ha fatto tutto nel modo giusto. Era un conservatore disposto a entrare nei territori più controversi, ma sempre guidato dall'idea che il dibattito sia il grande chiarificatore e che, in democrazia, la persuasione sia il vero motore del cambiamento. Discuteva con gli avversari e credeva nella forza delle urne.