Da Osaka, Roberto Gualtieri, in viaggio in Giappone al padiglione italiano dell’Expo, promette che il Tevere tornerà balneabile entro cinque anni. Il sindaco di Roma rilancia una vecchia abitudine capitolina che era quasi un rito d’iniziazione. Tanto che, nel 1950, Pier Paolo Pasolini, da pochi mesi arrivato a Roma con la madre Susanna, scriveva al cugino Nico Naldini: “Sto diventando romano, non so più spicciare una parola in veneto o in friulano e dico li mortacci tua. Faccio il bagno nel Tevere”.

I bagni nel fiume sono finiti negli anni ‘60, quando il Biondo venne dichiarato non balneabile per il rischio di contrarre leptospirosi. Eppure, fino a quel momento erano parte integrante della vita popolare della città.

Tuffarsi nel fiume non era un capriccio. I romani lo facevano dal Cinquecento. E lo facevano così spesso che, due secoli più tardi, per la promiscuità di uomini e donne svestiti che nuotavano in mezzo alla città, due editti papali vietarono alle ragazze di fare il bagno, permettendolo solo agli uomini (vestiti). Pene pecuniarie e corporali incluse per chi non rispettava il divieto.

Le spiaggette del Tevere, le ripe, erano tante. I romani andavano alla spiaggia della Regola, oggi nei pressi del tratto lungotevere dei Tebaldi, oppure a quella dei Trasteverini, sul lungotevere Raffaello. Ancora, alla Renella, sulla riva destra vicino a Ponte Sisto, famosa per la canzone cantata anche da Gabriella Ferri. Erano tutte gratuite, tranne la Spiaggia dei Prati, dove bisognava pagare un contributo ai proprietari delle capanne che venivano usate dai bagnanti.