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Ultimo aggiornamento: 10:05

Quando, nel 1991, l’Unione Sovietica si dissolve in una notte sola, e davanti a milioni di cittadini si spalanca l’ignoto, ai siberiani viene in mente solo una cosa per evitare la fame e il panico: andare nella foresta a cercare funghi. Nel 1945, dopo il fungo atomico di Hiroshima, i giapponesi raccontano che la prima cosa che ha saputo rinascere nell’inferno radioattivo è stata un altro fungo: il matsutake. La storia di questo rarissimo micete, che non può essere coltivato o piantato, ma sorge solo nelle terre devastate da inquinamento, disboscamento, guerre e veleni, la racconta Anna Lowenhaupt Tsing ne Il fungo alla fine del mondo. La possibilità di vivere nelle rovine del capitalismo (edizioni Keller).

I matsutake nascono solo se qualcosa muore: prosperano dopo un disastro ecologico, sorgono solo dopo le apocalissi. La loro unica culla possibile è la distruzione altrui. Questi funghi sono gran maestri della sopravvivenza e rappresentano, scrive l’autrice, quell’ “imprevedibilità frammentaria associata alla nostra condizione”. La prima volta che i giapponesi si accorgono dell’esistenza di questo esemplare selvatico è quando abbattono gli alberi per costruire templi a Kyoto: nasce secoli e secoli fa l’ossessione per quelli che sono diventati oggi “i funghi più costosi della terra”, rarissimi, pregiatissimi e ricercatissimi nei mercati giapponesi e statunitensi.